Baise vintage escort landes

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Stai attento e torna tutto intero. La ditta andava avanti con buoni profitti, non certo per merito di Julien, il fratello, era Eloïse il vero cardine, donna commercialmente preparata e perspicace, vantava una laurea alla Sorbona in economia e commercio col massimo dei voti, parlava e scriveva in tedesco, inglese e italiano pari alla lingua madre. Meglio precisare che, questo impero economico proveniva da generazioni passate, anteguerra, e proprio il secondo conflitto mondiale aveva dato svolta in meglio al già floridissimo capitale, grazie alla stretta e poco chiara collaborazione ad ampio raggio del nonno di Eloïse con le truppe naziste di Hitler stanziate in Europa.

Visto e toccato con mano scommettere e poi vincere puntate da infarto, ben oltre il credibile da quanti zero seguivano, tanto da intrigarmi. Curioso come una bertuccia e affascinato più di una gazza, volevo con tutto me stesso entrare nel fantasmagorico giro delle scommesse, spesso clandestine e anche le più redditizie. Smisi, basta con le puttane di lusso, gli Hotel galattici e i soldi troppo facili.

Avevamo consumato una traballante e scottante relazione senza promesse, violenza morale allo stato puro, amanti perfetti spogli di gelosia, sinceri nel mandarsi in culo a vicenda tra alti e bassi; tuttora stavamo assieme senza impegno se, e quando, capitavo a Tolone per affari ero ospite, o meglio, del suo talamo.

Eloïse era nata per la felicità degli uomini e delle femmine come lei, disinibita amorale priva di pregiudizi oltre ogni limite, tanto fu la sua insistenza che mi convinse a far sesso in tre: Erotismo puro, vorticoso, coinvolgendo i sensi dominati da alcol e droghe oltre ogni desiderio immaginabile, finito di segarmi con tutto quanto la natura fisicamente le dotava e niente affatto paghe di quella sessualità estrema, flirtarono, poi, tra loro.

Ebbro dei triangoli umidi di morbido pelo dalla sfumatura carota, scopati e poppati a entrambe in duplex, raggiungendo il delirio orgiastico, lo sfinimento sessuale totale, svuotato dai coglioni al cervello col fallo inerme e la libido appagata, con le labbra ancora pregne dei loro umori, si chiudeva la figura geometrica più nota della lussuria. Avevo imparato a distinguere tra quelli per gay e gli altri frequentati da zoccole di lusso o semplicemente da mature signore over anta, mogli insoddisfatte del pene legittimo alla ricerca di emozioni forti e cazzo giovane, mai sole e non più di tre, il numero perfetto anche per le troie.

Maschi truccati di merda e sottobraccio, tattoo, lingue deturpate da incredibili piercing, osservavo, al limite del menefreghismo, come il numero delle coppie di finocchi fosse, in percentuale, maggiore alle normali; a quanto pare il culo andavo di moda e tirava forte, ma ancora preferivo la vecchia e cara gnocca da disgraziato etero démodé.

Avvolto nelle lussuose, perfette, linee del sedile anatomico, assaporavo in tutta la sua essenza il mistico rito della messa in moto, mezzo giro di chiave e pochi minuti al minimo, origliando il canto rabbioso del V12 da duecentosessanta cavalli e tremiladuecento centimetri cubici, un vibrante rombo cupo che ti scuoteva i testicoli nello scroto neanche fossero biglie di vetro. È veramente una stronza. Redivivi, con una denuncia recente per atti osceni in luogo pubblico, poiché pizzicati mentre consumavamo un rapporto sessuale ai Jardin Alexandre Ier in tarda sera, sulla panchina, seduto con lei cavalcioni in grembo, a candela, celati agli occhi indiscreti dei rari passanti inviluppati dalla maxi gonna.

Arrestati su due piedi, io con i calzoni in mano, lei alla ricerca degli slip mai indossati, e protestava pure perché interrotta sul più bello mentre veniva, facevamo il nostro trionfale ingresso nel cassone del cellulare assieme a due gendarmi, un maschio e una femmina.

Eloïse era capace di creare casino nel casino, scommetto che avrebbe fatto girare i coglioni pure a Satana nel girone degli inferi! Bordello maiale alla Gendarmerie, telefonate, la gabbia, i suoi legali, continuavamo a sproloquiare sbronzi fradici di Pastis bagnati come pulcini, un bel sedere a cappello di prete, questa volta, era assicurato.

Pazza e pazzo, rido ancora se ci penso, pisciandomi addosso. È nervosa ed eccitata, allenta la presa sulla chiappa e agguanta in malo modo il colletto alla coreana, con gesto determinato di chi sa cosa vuole, e lo vuole senza mezze misure, strappa la camicia bordeaux lungo la linea dei bottoni, che rimbalzano, uno a uno, sul pavimento come perle di una collana.

Appoggia le labbra sul collo, le socchiude inumidendole con la lingua, avanza verso il lobo succhiando con intensità mentre le mani scendono lungo il petto, armeggiano sotto la fibbia della cintura e afferrano la zip della cerniera, tirandola giù con decisione.

Ecco, è fuori, ritto e teso, duro, uscito a lato degli slip con fatica perché premeva forte contro il tessuto, lo prende in bocca senza riguardi, violenta, abusa del mio sesso gustandolo con foga, punta dritta al mio piacere, vuole svuotare, prosciugare il mio vigore godendone del sapore lasciando un suo ricordo.

Nuda, non porta nulla sotto, il suo corpo freme contro il mio, lascio a lei ogni decisione. La cappella brucia, vermiglia e lucida, una boccia da biliardo sul tavolo del piacere. Non ama gli addii e vuole vedermi uscire al più presto da quella porta, ma anche sentirlo ancora dentro di lei, vuole un confronto tra il mio cazzo e il clitoride della sua nuova giovane amante.

Allungo la mano tra le sue cosce grillettando la fica umida, poi, mi lecco le dita, è dolce, lasciandomi spogliare, ebete di quel sesso violento. Supino, inizia dal ginocchio, carezzandolo, strusciando le tette contro facendo le fusa come una gatta, rosicchiandolo, poi baci a salire nell'interno coscia, prima la destra, poi la sinistra, per affondare il viso, in fine, fra i testicoli.

Garbatamente, solleva leggermente la testa facendolo uscire dalla bocca, inchiodandomi con uno sguardo che mai più abbandonerà la mia memoria, passando, poi, all'altro testicolo e riservargli lo stesso trattamento.

Le tempie pulsano, la gola secca, passo le mani sotto le chiappe, arcuandomi sulla schiena mi offro al suo volere. Labbra turgide premute con decisione sulla cappella nel bacio più dissacrante e carnale mai conosciuto, la lingua avvinta al muscolo pulsante, un attimo di distacco, un suo bisbiglio: Profonda conoscitrice del genere maschile, e sa quanto sono porco, come lei in fondo, lo succhia, lo prende in bocca fino a quando lo stomaco mi freme ribollendo e le mani fermano la sua discesa, si ostina a scendere fino alla radice, mordicchia appena intorno, risucchiando violenta tenendolo tutto in bocca, tutto suo.

Massaggiato incessantemente dalla lingua, lei sente ogni nervo, ogni vena, ogni pulsazione e la asseconda in un modo talmente dolce e arrendevole da togliere il fiato. Una sensazione che blocca il respiro, la voce sale in gola strozzata, la sua bocca non lascia scampo, la sua bocca mi suona come uno stradivari, e mugola di piacere, ansima, geme, come lo stessero facendo a lei, azzardo di tenere gli occhi aperti ma è veramente impossibile, richiamato a forza, trascinato nell'oscurità complice di mille pensieri o nessuno.

Lei, mi prende il cazzo con entrambe le mani, lo masturba piano, plasmandolo come creta, continua a farlo crescere, la cappella è gonfia, tesa, dalla pelle sottile.

Scintille e scariche adrenaliniche partono a casaccio per tutto il corpo, un tremore sconosciuto s'impossessa delle mie cosce, poi sale allo stomaco, alle spalle, al cervello. La carica riparte più decisa, cadenzata. Le sue mani unite alle mie, prese strette per i polsi le appoggia a palmi larghi sulla testa, vuole sentire che le do il ritmo, vuole sentire che la scopo in bocca, vuole sentire il suo maschio che la fotte, mi vuole sentire, lo pretende e lo faccio, prima piano, poi comincio a non ritrovare più il filo di me stesso e parto a carica come un toro, la scopo, tremo e gemo, la fotto e sono ancora nella sua bocca, vorrei restare nella sua bocca per sempre.

Arriva il primo getto di sborra, la sento salire dal profondo dei coglioni, ribolle lungo tutto il cazzo, rallenta e accelera, singhiozza come quando hai i conati di vomito, vengo, squassandomi l'anima con la stessa forza di una cinghiata sulla schiena, poi un altro getto, un altro, un altro, un altro ancora, la riempio, la bagno.

Mi svuoto i coglioni, la mente, l'anima, tutto dentro di lei che mi accoglie, mi tiene, non si muove. Sento qualcuno gridare, ringhiare, sono io ma non me ne accorgo, sono altrove.

Finalmente lascia il pene e torna a rivolgere lo sguardo in viso, dal basso in alto, sorride, si sposta, lasciandomi rilassare e si asciuga il mento col dorso della mano, passandosi poi, il dito sulle labbra, succhiandolo, provocante.

Si accoccola con la testa tra le cosce, fissandomi. Nello sguardo la consapevolezza di avermi regalato un attimo di appagamento totale, assoluto, indimenticabile. Marsigliese e di misera estrazione sociale, proveniva dalla periferia, bel posto del cazzo, prostitute e delinquenti i migliori inquilini.

Azzarda a chiedere, curiosa come sempre, notando la mia poca presenza terrena. Nei fine settimana e ogni volta possibile, preferiva tornare alla casa paterna lasciata in eredità a lei e suo fratello, che mai ho fatto conoscenza, a quanto pare ridotto male per abuso di droghe pesanti e più volte ricoverato per overdose. Io ed Eloïse non facciamo testo, siamo scontati. Marianne, ventotto anni, bionda, dalle curve riprese nei punti cruciali e troppo appariscente, comunque bella, viso alla Marilyn, lunghe gambe e tette siliconate, esagerate per le spalle minute, culo alto, da vespa, faceva un sangue della malora e ambigui i suoi gusti sessuali, dichiarata eternamente single ma sempre sotto le lenzuola a darla, giocava a fare la zoccola, parte a lei molto congeniale.

Attricetta hard di scarso successo con altrettanto limitato talento, poche per non dire nulle le pellicole girate di una certa importanza, al contrario dei numerosi flop, modella di biancheria intima e con un calendario che mai ho visto in giro, si consumava il deretano sulla Air France tra Parigi e Monaco quando non troppo impegnata a scivolare nel letto di qualche produttore, maschio o femmina che fosse, nella vana speranza di…chimere.

Decisamente migliore come pittore astratto, anche se nelle tele il talento e l'allusione alla sua natura era costantemente manifesta, sorta di falli al modo di banane giganti, era quanto riuscivo a percepire confusamente nei dipinti esposti nella galleria privè, assai frequentata ma solo da culattoni come lui, vivaio di cazzi per i suoi modelli. Poco avvezzo nel praticare il nudismo, al contrario di Eloïse, a suo agio mostrandosi come mamma l'aveva fatta, tenevo un disagio fisico ben preciso, specie in compagnia del gentil sesso, dettaglio noioso di tutto rispetto e imbarazzante, in poche parole era sempre duro, e il fastidio di girare con quella sberla perpendicolare alla pancia che sballottava su e giù, fluttuante a destra e sinistra come una canna da pesca impazzita, schiaffeggiando la pancia a ogni passo.

Il periodo estivo, per me tragico, coincideva col maggiore numero di pompe e seghe fatte che durante tutto l'anno. Solita uscita in barca nel solito fine settimana monegasco con i soliti quattro bischeri. Marianne, già in topless, togliendosi gli slip esibiva la fica in tutta la sua larghezza stendendola bene con le dita, iniziava impunemente ad auto erotizzarsi, immediata la mia reazione innalzando la verga al cielo, e perdio, agguantata di sorpresa al volo, una presa lasciva ma tenace, senza mollarla, Phil, il gay, tentava di smanettarmi.

È moscio, meglio quando era duro! Guai a voi se mi sporcate il ponte di sangue! A sera, giunti al molo, lasciavamo i due ben contenenti di mollarli ai loro stronzi impegni quasi urgenti. Appuntamento col suo fidanzato per Phil, un bel maschio barbuto e robusto, tipo alla Banderas, fico per le donne, peccato per loro che preferisse pelosi buchi neri con le palle.

Marianne invece, stralunata per il troppo sesso artificiale, cercava affannosamente una canna nel cassetto della senza trovarne. Già pronto, era sufficiente riscaldare nel microonde il pasticcio di gamberi e aragosta che la cuoca di casa aveva preparato, una specialità della Costa Azzurra di cui andavo particolarmente ghiotto. Splendidamente al mio godere crudo, si accompagnava il suo strillo gutturale di laido piacere misto a sofferenza. Spregiudicata e porca senza limite, messa dentro la cappella senza fatica, scivolava dritto in fondo con le palle che tonfavano, sorde, sui glutei.

Doloroso, iniquo ma esaltante il nostro modo di fottere, ore di piacere infame, come tutte le nostre folli notti, mattine o pomeriggi che fossero, non c'era orario per scopare con lei, godendo dei nostri amplessi mai uguali. Flosci, i coglioni fanno male, li reggo a piena mano e tiro su col dito medio a cavallo dei testicoli, massaggiando piano il sacchetto di pelle, un dolore bagascio, ha esagerato di brutto questa volta, in modo cane, cazzo.

Rievocazioni del passato senza dolore si perdono nel tempo, il suo tossire convulso riporta di colpo alla realtà. Conoscevo bene Lappier, suo uomo di fiducia, che altro poteva essere, considerati gli ingenti capitali che manipolava in sua vece , beninteso, con lauto profitto personale oltre che per la Crèdit Mobilier de Monaco. Eloïse sapeva mostrarsi generosa, pagava bene a fior di franchi i suoi coadiutori, più del dovuto, tutte menti eccelse e ben selezionate; commercialisti, venditori e procacciatori facevano la bella vita con lei, ma guai a fotterla.

Tutti ne avevano la consapevolezza e nessuno tentava di fregarla, anche se i milioni di franchi in ballo erano una grossa tentazione. Pago io il viaggio! Forse, anche se non ci credo. Un uomo e una donna possono essere qualsiasi cosa ma non amici, a maggior ragione se hanno trombato assieme, e noi, eravamo andati oltre ogni sentimento, lecito e illecito, oltre la perversione assoluta.

Le volto le spalle. Mai capitato a voi? Spregiudicata e tenera, puttana e amante perfetta che ogni maschio vorrebbe accanto, per nulla al mondo provava un affetto particolare, né per gli uomini né per le donne, forse un debole per queste ultime, ma di certo anelava al sesso goduto in tutte le sue forme possibili e oltre, il resto, solo strumenti da usare a suo piacimento. Felice come un bimbo che ha appena ricevuto un dono ambito, leggevo e rileggevo quel fax, ero al settimo cielo.

Gasato e deciso presi la mira per bene, centrando in un sol colpo il cestino delle cartacce, ecco la fine che si meritavano quelle pastiglie.

Le tredici passate, a digiuno tranne un vassoio di tartine al paté di salmone con olive nere che divoravo in quantità industriale, accompagnate da imbevibili Bloody Mary piccantissimi, poco succo di pomodoro e molta Wyborowa, un quarto di lime spremuto con abbondanza di salsa Tabasco e pepe nero, ghiaccio tanto da congestione.

Avverto il bisogno fisico di compagnia ma non al femminile per fare sesso, ma per parlare, scambiare le classiche quattro chiacchiere con un amico. È una vita che sei sparito, come butta?

Mi lascio sprofondare nella soffice poltrona di pelle color tabacco, gambe allungate, sorseggio il drink e ricordo, mi piace farlo quando sono in pace con me stesso, lascio che la mente spazi, priva di briglie, a ritroso negli anni nel frugare indisturbata negli archivi della memoria senza tempo, ritrovando quel vecchio fascicolo impolverato: Entrambi coetanei, quindicenni, accumunati dalla stessa sviscerata passione: Lui, Fausto, possedeva il cinquantino più veloce della Provincia di Alessandria, un Guazzoni Matta Cross 50 a disco rotante, serbatoio giallo canarino con bordatura nera, elaborato artigianalmente di fino, da fare paura; io, Moto Muller 50 Franco Morini preparato Simonini Competition, riverniciato nei colori ufficiali da gara azzurro e argento.

Menopausa adolescenziale, quella sfida era troppo importante, più della vita stessa. Il campanile rintoccava le tredici e trenta, ora della sfida scelta ad ok: Partiti frizionando come satanassi, impennati nel più spettacolare monoruota che la storia del paese ricordi, con i motori che in pochi attimi urlavano indiavolati al massimo dei giri dopo aver allungato allo spasimo tutte e sei le marce.

Secchi tornanti presi a velocità folle, staccando al limite e contromano, pennellando pericolosamente i bordi in ghiaia della strada, irresponsabili dei pericoli corsi, davamo sfoggio della nostra abilità di motociclisti incoscienti.

Restai di merda, un colpo da maestro, esemplare, aveva vinto, poche curve dopo si fermava, accostando, alla Casa Cantoniera, mi fermavo pure io. Grintosi, incrociavamo gli occhi, gli tesi la mano. Nessuno o pochi, osava sfidarci su quella strada, tuttora si ricordano, ne abbiamo castigati talmente tanti che neanche li abbiamo presente.

Noi due un mito in Valle, i cattivi ragazzi di buona famiglia, quelli bruciati, che indossano guanti mezze dita traforati anche quando prendono il caffè al bar, puttanelle le nostre donne dagli attillati Lee con camicetta annodata sotto al seno e ballerine lucide di giorno, tacchi a spillo e calzoni in pelle al calare del sole, pionieri anni luce di Fast and Furious, noi, una moda imposta presa ad esempio da generazioni, spesso additati, copiati e mai eguagliati.

La pendola scocca sorda le diciassette. Al mio attivo ho un paio di belle tope, ma poco salutare farmi vedere assiduamente con loro, ne andrebbe della mia reputazione, e poi devo lasciare spazio pure alle altre, un barlume di illusoria speranza il poter uscire con me, cena, e magari finire la sera a letto. Elegantemente sportivo e fico, esco alla guida della mia spider Triumph, godendo di me stesso e della mia natura di stronzo consapevole.

Il Santo Padre col sottoscritto nulla ha in comune tranne che il saluto; dispenso lievi cenni con la mano alle mie pseudo amiche, dei ciao che possono avere un ritorno in futuro, cago appena il giusto, di striscio, il genere femminile senza essere maleducato. Questo è terreno minato, abbiamo, di comune accordo, una storia in piedi senza seguiti affettivi, stiamo bene assieme a letto, ci divertiamo quando usciamo, questo basta e avanza.

É la tipica ragazza yuppie figa, arrivista e pericolosa, cerca un merlo per sistemarsi ma con me si comporta a modo, senza provarci più di tanto, disturbandomi nel non capire il perché. Conosco la sua storia, triste, raccontata da lei stessa una sera che era in vena di confidenze dopo aver trombato alla grande.

Sua madre, Chela, aveva provveduto meglio che poteva al mantenimento della piccola Lupe, umiliandosi ai lavori più gretti e infamanti, toccando il fondo rubando e addirittura prostituendosi. Questa, la misera infanzia di Guendalina, costellata da sotterfugi e furtarelli nella più totale indigenza, imparando sin da piccola le meschinità della vita.

Mentre Lupe raccontava, strizzo il cervello focalizzando, mi pare di conoscerla sua madre, la signora Rubio, lavora presso lo Skipper di Santa, nubile credo, si accompagna a un bravo cristo parecchio più grande di lei, operaio motorista presso il rimessaggio del Circolo Nautico di Rapallo. Il nostro rapporto era chiaro e schietto, almeno da parte mia, restava una gran bella topa da branda olimpica, da uno a nove votavo dieci ma senza andare oltre, solo sesso senza ritorsioni sentimentali, come già detto, anche se lei aveva un debole nei miei confronti, subiva senza farlo pesare.

Anche se il suo bagaglio di nozioni lasciava a desiderare, più che comprensibile, aveva ben imparato la lezione della strada, sapeva provocare e facile perderci la testa dietro, solo che era lei a scegliere. Una puttanella fine, poca istruzione ma tanto cervello, mica semplice finire nel suo letto, e proprio questo rendeva difficile capirla per quanto mi sforzassi di farlo; nulla promettevo a parte il sesso, poteva beccare molto meglio a livello di money, i grassi e ricchi maiali abbondavano qui, tra Golfo Paradiso e Golfo del Tigullio, ma lei si accaniva a venirmi dietro, una speranza senza sbocco.

Una ragazza strana, strana e pericolosa, le mie erano più che solo semplici intuizioni, ma quasi certezze. Aveva le sue brave conoscenze maschili che lei manco cagava, si limitava a fare coppia fissa con me quando ero disponibile a farlo, la gelosia un extra suo e in nessun caso mio.

Se io godevo dello spettacolo del florido davanzale, chi stava dietro ammirava le sue chiappe e molto altro, ero curioso di sapere quanto spendesse in biancheria intima, poiché sotto non portava mai niente. La gonna, alla stregua di un fazzoletto, poco più di niente, proprio per dire che indossava qualcosa. Avevo il mio personale Bon Ton sulle conquiste femminili, da seguire rigorosamente alla lettera.

Facevo incazzare il genere maschile, si chiedevamo perché solo a me quella porca fortuna, entrando, o meglio scendendo in macchina sui bassi sedili, Lupe, esponeva la passera ai quattro venti, impudica e provocante. Per lei normale mettersi in discussione senza falsi pudori, e più la frequentavo meno la capivo. Era una donna senza limite alcuno. Mi lasciava, senza dirlo, se volevo capire, una chance, una porta aperta in modo che potessi ritrattare le mie decisioni, mica scema.

Di mojito ne bevemmo entrambi più di uno e piuttosto carichi, dalle dosi invertite, un terzo di acqua tonica e il resto rum con foglie trite alla menta e lime, preparato in quel modo, più che dissetare tagliava le gambe e picchiava in testa. Euforici, saliti in auto e alzata la capote, tempo dieci minuti ed eravamo nel mio posto segreto; Lupe diede sfogo a tutta la sessualità di cui era capace, ed io lasciai fare.

Mi aveva scassato, un fuoco di donna, per questo mi piaceva, puro sesso a trecentosessanta gradi. Accompagnare Lupe, tornare al residence e farmi una doccia per poi ritornare al bar del molo, un raggio di cinque chilometri, da pedalare alla grande.

Arrivai giusto in tempo sotto bordo del Topeka, lei, stava scendendo dalla passerella guardandosi attorno, cercandomi. Consapevole della stronzata fatta mi cagavo sotto, servivano ore per riprendersi, potevo considerami fottuto.

Una sfida con me stesso, il tempo a disposizione poco, pochissimo, anzi niente, pregavo che il bricco di caffè amaro al limone, preso a casa, facesse effetto alla velocità della luce, la testa ronzava peggio di mille api, stava scoppiando, speravo solo di non rimettere in quel preciso istante. I conati di vomito scalciavano nello stomaco come muli incazzati cui avevano strizzato i coglioni, li reprimevo a stento e sudavo freddo, la testa si stava svitando da quanto girava.

Più il tempo passava e più peggioravo, fulminato come una lampadina, penavo, dovevo farcela, come, azzardato dirlo. Pagavo cara la mia cazzoneria, sbronzo, prossimo a vomitare fiumi di alcol, avevo ancora un casino da risolvere: Se fosse Barbara, o peggio Carlotta, come cazzo ti giustificavi? Solo da sperare che avesse un nome al caso mio, osai.

Davvero, in questa meraviglia di golfo? Saremmo usciti poco prima del far del giorno, temeva di preoccupare i suoi genitori, che cara e premurosa ragazza! Il Topeka non lo notai né il giorno dopo né quelli a seguire, mai più. Quanto tempo era passato? E continuavo, più la squadravo più la fottevo, facendola bagnare, le guance avevano assunto una bella colorazione rosso vivo, a vampe, deglutiva nervosamente e la carotide pulsava. Comunque fosse, stavo irritando il suo compagno di lavoro: Stavo tirando troppo la corda ma aveva iniziato lei, mi alzai stiracchiandomi per bene.

Il fiotto gelido della doccia mi riportava nel mondo che avevo disertato, a grandi linee sveglio, indugiai a lungo fino a rabbrividire alla base della nuca, snebbiandomi del tutto. E già, esigente Adry per la sua età, mai sazia ma dominabile si lasciava fottere, mentre Lupe, cazzo, quella ti demolisce, ti scopa lei, una furia di autentico sesso, e come ci dava!

Scatola cranica e le idee annesse tornate al loro posto abituale, aprii il frigorifero verificando se mancava qualcosa, avevo di tutto e di più, tranne la birra e le fiorentine, questo era scontato. La tipica fornitura dello scapolo che saltuariamente cucina da solo, abbondanza di cazzate in salse e sughi in scatola, sottaceti, salumi, hamburger congelati, ricco assortimento di bourbon, Martini e vodka.

Ero giovanissimo, e stranamente prossimo a sposarmi con una creola caffèlatte da favola, madre isolana di Saint Croix e padre newyorkese. Dovevo rigare dritto senza fare cazzate, enorme impegno, mi vedete senza combinare guai? Io no, comunque il gioco valeva la candela, come si vuol dire.

America, il sogno di tutti e una moglie super figa, che potevo volere di più? Vorrei cazzeggiare ancora un poco, sono già le diciassette e devo ancora preparare un sacco di cose, e le voglio fare con calma.

Studio con cura dove sistemare il grill nel giardino, possibilmente una zona sottovento, al riparo della brezza notturna che potrebbe rompere i coglioni a oltranza. Potrebbe sembrare falsa modestia ma nelle grigliate nessuno mi batte, è una delle poche cose che so fare bene senza danni per gli altri e me stesso, anni e anni di campeggio nelle più disparate condizioni mi hanno affinato una tecnica perfetta. Il rombo cupo, che la racconta lunga sul motore strapreparato della Mini Cooper Morris 1.

Per niente sei cambiato! Le fiorentine, spesse due dita da oltre un chilo cadauna, affogate con una cassa di Ceres, resero onore al sottoscritto da quanto perfette. Il passato non torna, il presente ti distrugge, il futuro è follia.

La sto odiando quel cazzo di luna, mi fa ricordare più del dovuto e sentirmi troppo in colpa con tutti, ma che cazzo volete, voi ricordi, da me? Credete che non soffra abbastanza? Aveva ragione lui e mai l'avrei ammesso, passarono oltre quattro anni prima che lo capissi.

Pigri, non lucidi e tantomeno svegli, si tenta di scendere dal letto. Pagavamo i peccati della sera prima. Inventarti se mancassi, che cosa pensavano i tuoi quella sera? Ragionieri e impiegati di banca, che facevano la classica passeggiata salubre sul molo della marina da diporto con famiglia al seguito: Quella focaccia col frizzantino aveva chiuso una falla e aperto una voragine, stuzzicati, stavamo decidendo dove pranzare.

La Manuelina faceva al caso nostro, una scelta mirata, pochi minuti in macchina dal porticciolo, un buon ristorante dove effettivamente pagavi per quello che ti servivano, qualità e prezzo ben si sposavano, e le portate erano superiori alla media, senza strafare.

È da qualche tempo che mancate, sempre impegnato nei pub di Rapallo, vero Sig. Si poteva accedere, entrare e uscire dal locale, evitando di passare in rassegna sotto gli occhi di tutti, ritrovandosi subito fuori dal lato parcheggio. Tempo addietro, pure io avevo usufruito di quella opportunità durante una relazione galante piuttosto piccante e senza autorizzazione del cornuto interessato.

Vino veritas, rammaricandomi della situazione attuale, e come si è soliti dire in questi casi, al cuore non si comanda. Se fossi un libro, forse, Fausto mi leggerebbe di meno. Mica il caso di finire male una giornata iniziata bene con laconiche malinconie, forzai la mano: Il ciak deciso, familiare, della messa in moto e il borbottio sommesso del Cooper al minimo ci vide a viso a viso: Portofino, Olimpo degli Dei, aveva le sue regole, era cara, carissima, e non per tutti.

Godevo nel mio io più profondo a mettermi in vetrina, mi dava un senso di superiorità viscerale la certezza di poter scegliere il meglio, mai incappare in un rifiuto in quella moltitudine di stronze, donne fighe e stronze. E proprio vicino al nostro tavolo? Parlava con me e guardava loro, facendosi palesemente accorgere del nostro interesse, più suo che mio, a dire il vero.

Gran testa di cazzo, lui stava armando tutto sto casino e dovevo invitarle io! Il suo continuo ammiccare nella loro direzione e il mio discutere concitato apparivano più di una dichiarazione, un breve confabulare tra loro e le due ragazze si sentirono in dovere di avvicinarsi al nostro tavolo, da ganze, con finta scioltezza e noncurante disinteresse mentre morivano dalla voglia di essere invitate.

Francamente, ne avevo per le balle di attaccare bottone ma Bisio insisteva nella sua opera persuasiva. Avvicinandosi con passo cadenzato e ben calibrato, né troppo lento né troppo veloce, ora, potevo metterla a fuoco molto meglio. Tosta e figa, molto, spiccava mica solo per il design delle curve e il telaio, occhi indagatori che ti fissavano e rilucevano dorati e caldi, ambrati, gambe marchiate OMSA, spalle alla Ursula Andress, volto dai lineamenti perfetti, scolpiti dalla mano fermissima da cesellatore di prima classe, da uno con i classici, autentici, coglioni quadrati.

Più aliena che umana, impossibile che tale magnificenza appartenesse a questa terra. Mi alzai lentamente, con garbo, evitando con attenzione di incespicare in quella moltitudine di sedie selvaggiamente occupate ad arte. La trasmissione dati era in atto, i nostri occhi incrociati si specchiavano a distanza nulla, quella di un braccio, sapeva già cosa rispondere, anticipando di niente il mio invito. Difficile trovare un tavolo in questa babele!

Reset, dovevo fare un reset del mio sistema in tilt. Inspirai profondamente, e da coglione mi accorsi che eravamo ancora in piedi, rimediai in scioltezza con un cenno plateale della mano. Gran partita del cazzo. Controllato a stento al limite del fantozziano, il discreto intreccio di mani e braccia, ben attenti nel figurare nessuna sfigatissima croce. Avvertivo a pelle la sua superiorità culturale, evitate di chiedermi come e perché ma lo captavo. Iniziavo ad annoiarmi con quelle formalità, partii basso, non intendevo declamare Shakespeare per dare sfoggio di cultura nel fare una misera ordinazione al tavolo.

Spiazzate, o meglio, spiazzata. Finalmente si tornava a ragionare, male sopportavo che una femmina mi tenesse in scacco a lungo, il gioco dovevo condurlo io. Ascoltava e chiedeva, discreta, raccontando di lei e della sua vita associando fatti comuni in un modo che mai mi era capitato, un piacere ascoltarla. Strano, tanta formalità prima e ora coscia contro coscia, coppie sedute a tavoli distinti, ognuno per i fatti suoi. Fausto partiva in tromba una volta sciolta la sua naturale timidezza, e non lo fermava più nessuno.

Eravamo alla fase delle confidenze intime. Sono curiosa, vieni in studio a Milano, o telefoni? Forse, avevo veramente bisogno di una psicopatologa che mi decantasse il cervello riportandolo in riga alla normalità dei comuni viventi in questo mondo di merda.

Alla resa dei conti ti creeranno un mare di problemi pure loro e che cazzo di problemi, vedrai, sono pur sempre donne, e delle gran puttane!

Stavo zitto, aveva ragione al cento per cento. Questa volta evito di forzare la mano, mi piace un casino, veramente! Con tutti i cavalli che ti ritrovi e le giumente sui pascoli, consulenza gratis! Un rapido ripensamento alla mia psicologa ventisettenne figa e seria senza speranza.

Io avevo la mia Haziza da trovare, fottuta in chissà quale inferno. Giù di morale, pensieroso, e quel tanto che basta di tristezza mista a malinconica ma nessuno poteva farci nulla, la mia storia iniziava ora, con quella partenza alla fine del prossimo weekend, dove, in soli sette giorni decidevo della mia vita, ignaro di quanto avrei trovato e fatto, il mio personale salto nel buio.

Solo, guardandomi attorno, estraneo in casa mia, per niente intenzionato a riordinare subito, la cucina somigliava a un campo di battaglia con tutti i suoi morti. Ero in debito di una promessa, con lei, se ricordo bene, ed io saldavo sempre i miei debiti. Anche se lo sono, evitate, di prendetemi per stronzo. Cazzo, nuda sarebbe stata meno provocante, già stavo male e per niente nella condizione di sopportare dosi di sesso extra. Eros allo stato puro, più di una volta, in passato, mi ripresi a stento dal pizzicarglieli in pubblico, erano indecentemente attraenti.

Se stavo sui coglioni ai maschi locali, quel fine pomeriggio passai ogni limite. Invidiato, invidiato e maledetto dagli astanti maschi, la mia presenza precludeva loro ogni possibile chance. Lei, civettuola e frivola, pigolava come un pulcino, frizzosa, visibilmente eccitata. Eravamo in due a esserlo, lei ancora ignara, avevo indossato brache di lino dalle forme abbondanti, ne avevo terribilmente bisogno.

Fronte contro fronte, coi nasi che si sfinavano appena in punta, succhiavamo dallo stesso maxi boccale a forma di boccia per pesciolini rossi, un mojito gigante, da sbornia, e ridevamo, gareggiando a chi tirava di più su con la cannuccia senza riprendere fiato.

Pompavamo di brutto sfiorandoci appena le labbra a vicenda, cocktail e saliva, un gran gioco erotico del cazzo per entrambi. Forse il mojito a confondermi o la pazzesca voglia di scoparla, troppa, una voglia atroce di libido violenta mi percorreva tutto il corpo, terminando là, dove la voglia era più acuta, avvertivo il glande dilatarsi mentre pulsava di folle desiderio.

Grondavo, la fronte madida e grossi goccioloni mi scendevano dal collo, la camicia potevo pure strizzarla, e un chiodo fisso, lei, la volevo, la volevo fottere di brutto. Delicatamente ma decisa, passava le dita tra i capelli nello stringerla sui fianchi, tutto il suo corpo urlava: Lupe, era una donna che sapeva cosa volere, schietta e precisa la sua richiesta senza preamboli.

Sillabai a malapena, una risposta confusa, farfugliata, succhiandole con forza e avidità convulsa le labbra. Tutto il suo essere aderiva al mio, infuocato, scompigliandomi i capelli appassionatamente, eccitata, perdendo il controllo del proprio corpo, la sua mente già decollata per la tangente negli abissi della lussuria, frugava indecentemente ogni centimetro di me. Tatto, pudore, senno, tutto al diavolo, ero andato.

Stretto ai fianchi con entrambe le gambe, sostenuta dai glutei, ora ritmava la cadenza che avevo imposto puntellandola con le spalle al muro senza alcuna delicatezza, si aiutava reggendosi al mio collo, con forza, sbuffando.

Che cazzo di domande fai? Spiavamo attenti e orecchie ben tese se qualcuno si avvicinava, un segnale, o qualcosa che… un tuffo al cuore, sentivamo parlare da dietro una colonna del muro di cinta, toni confusi, cazzo, forse una pattuglia della Volante. Tentavo di sbirciare senza farmi vedere. Tra i due mali, sicuramente meglio avere a che fare con la legge piuttosto che con degli spacciatori, almeno finivi in gloria con una bella denuncia, una notte in gattabuia e fuori su cauzione grazie a un buon avvocato, ora, invece, rischiavi la pelle se ti vedevano.

Gran bella situazione di merda per una scopata. Sorpreso, temevo ben poco per me ma un casino per lei, che poi per il sottoscritto contava meno di nulla, o no? Basso, corporatura tozza e massiccia, con un pallone da rugby per viso, braccia robuste, pelose, mani come vanghe e salsicce per dita, se prendevo uno schiaffo da lui finivo a Genova per direttissima. Obeso e goffo nei movimenti, comunque, doveva possedere una forza bagascia, oltre novanta chili di peso, a occhio e croce, contro i miei scarsi settantacinque.

Lupe emise un grido soffocato, spaventata a morte, inutile cercare o gridare aiuto, da poco passate le ventuno, i più erano ancora con le gambe sotto il tavolo o in casa a prepararsi per andare in pizzeria, cult del sabato sera.

Dannato bastardo figlio di putta, avanzava minaccioso brandendo quel cazzo di siringa, ben sicuro di quello che faceva nella sua mente squilibrata di tossico.

Tenevo Lupe dietro me facendole da scudo, ragionando in fretta sul da farsi, frazioni di secondi, prendere tempo, distrarlo, dovevo proteggere quella donna a qualunque costo. Dovevo, gran bella parola, intanto prova a farlo. Vuoi i soldi, tè, prendili! Incazzato nero, adrenalina a mille, mi stavo caricando, occhi fissi su di lui senza perderne una mossa.

La merda che si era sparato iniziava a fare effetto. Avevo notato la sua lentezza nel risollevarsi dopo, mentre si chinava a raccogliere i soldi, e teneva lo sguardo fisso a terra, quello il suo punto debole!

A mano a mano che seminavo banconote, arretravo di pochi passi, e tolte dalla tasca posteriore dei calzoni, gettai di proposito le chiavi della Triumph dietro me. Caparbio, fauci spalancate, inspirava aria peggio di un mantice, cercava di rialzarsi annaspando più rabbioso di un cane. Dire ebete sarebbe poco. Santa Lupe, benedetta donna! Obbedendo alla lettera quanto le avevo urlato, sgranando una retromarcia furiosa mi raggiungeva quasi investendomi, e certamente lo fece col nostro assalitore, teneva aperto lo sportello dal mio lato tirandomi dentro a forza.

Prossima a una crisi isterica, sceso dalla spider passai dal suo lato aiutandola a scendere, tremava aggrappandosi a me come la sua ancora di salvezza, mi guardava atterrita con gli occhi sbarrati, accennando a parlare senza riuscirci. Coricata sul letto con doppio cuscino sotto la testa, le bagnavo la fronte col mio fazzoletto, le gocce solcavano il volto come rigagnoli, un viso dalla bellezza sconvolgente, la sua intimità scoperta, una nudità che mi metteva sottosopra ma non sessualmente, cosa diavolo mi capitava?

Magari saperlo, la fissavo. Il suo respiro normale mi tranquillizzava, solo passata dallo stress al sonno ma preferivo che aprisse gli occhi, che parlasse. Lupe, da quando ci frequentavamo, mai si era fermata tutta la notte a casa mia, mai! La riguardavo per la seconda volta, dubbioso di me stesso. Faticavo a capirmi, i punti fermi, i miei paletti saldamente piantati, le distanze prese, cazzo, possibile che mettessi in discussione il tutto senza nemmeno fiatare?

Misuravo la stanza a lunghi passi, su e giù, grattandomi la zucca da rognoso, decisi per una bella doccia rigeneratrice, chissà, magari mi schiarivo il cervello, ma oltre al freddo e il piacere di lavarmi tutto rimase come prima, le mie idee erano frenate senza trovare alcuna giustificazione a quello che avevo detto e fatto, il bello che neanche andavo su di giri.

I confini si sovrapponevano indistinti, labili, mi affascinava, difficilmente saprei dirvi se ero attratto più da lei o da quello che aveva fatto o che potenzialmente capace di fare. Dormiva o faceva finta? E se qualcuno avesse visto e preso il numero della targa? La prudenza elargiva i sui consigli, tranquilli a cuccia e di usare la macchina neanche a parlarne, al limite pigliavamo la moto, meglio che si calmassero le acque.

Anche se avevo reso, secondo me, un servizio alla comunità nel menare quel rifiuto umano, sarei stato accusato alla prima istanza in ogni caso, anche se motivato dalla legittima difesa. Colpa della mia cazzoneria, comunque. Beffato, nemmeno per sogno andava bene, no. Un odore buono, aroma di caffè e crostini tostati appena fatti proveniva dal tinello, con gli occhi ancora chiusi tastai il posto vicino al mio, vuoto, Lupe già alzata, ancora sonnacchioso sbirciai la sveglia digitale, lei sei!

Statuaria, a piedi nudi seduta sulla sponda del letto con le gambe appena incrociate, indossava, quasi chiusa, la mia camicia della sera prima bagnata sulle spalle dai capelli freschi di doccia, larghe macchie sul petto divoravano il tessuto, che rapidamente sfumava dal bianco al trasparente incontrando capezzoli già su di giri, un sorriso disarmante: Caffè, crostini, marmellata, servito da una bella figa, che potevo dire, niente e neppure incazzarmi, limitato a un biascicato baritonale rauco: Sbirciavo oltre le sue spalle con difficoltà, un busto slanciato, ben fatto, con spalle larghe modellate da nuotatrice.

Un tornado, passato il ciclone Lupe in cucina, senza la minima traccia del casino lasciato la sera prima con Fausto, tutto perfettamente a posto. Un gioco erotico snervante per entrambi, la punta della lin- gua scorreva lenta e inesorabile, stuzzicandoli, tesi e gonfi di desiderio, li strizzai con energia tra pollice e indice facendola sospirare di piacere in un gemito solo accennato. Socchiusi gli occhi fino a chiuderli.

Un coito con orgasmo da coccolone cardiaco, cavalcava incontrollata sfogando la sua libido irriverente sul mio bacino, lasciavo fare senza oppormi, tenendo in serbo il meglio di me, riservandole in pochi attimi un finale degno della sua sessualità.

Scivolata di lato, osservava, ora lei a studiarmi col braccio stretto in vita, cingendomi fin dove poteva arrivare, sospirava a fondo, ruppe quel silenzio carico di misticismo per prima. Aderiva al mio fianco in tutta la sua lunghezza, percepivo ogni attributo femminile premere contro, un mix di tatto e olfatto, odore di umori, di sesso fatto misto a sudore, lezzo inebriante, i nostri corpi ne erano pregni.

Seria, girata sul fianco. Impossibile risalire a noi! Il mio credo restava, comunque, sempre quello; sesso, tanto sesso e senza intralci sentimentali, avevo già i miei bei problemi da sbrogliare senza bisogno di crearmene nuovi.

Scommetto, che fino a questo momento eravate illusi che fossi cambiato, vero? Con Lupe, difficile prima fare del sesso normale, ora meno che mai con la confidenza ottenuta, autorizzata a tutto, si trastullava stuzzicandoti a tal punto che eri obbligato a trasgredire, con lei che si prestava a meraviglia ai giochetti erotici più spinti. Un delicato equilibrio si stava intaccando a nostra insaputa, lontano da come sempre stato e voluto fino a pochi giorni fa.

Uno spaventa passeri, buffa e sexy nei miei jeans più stretti e sempre troppo larghi per lei, col pull cascante sulle spalle dalle maniche ripiegate, si teneva con scioltezza alla mia vita mentre acceleravo.

La signora Rubio mal gradiva che la cucciola dormisse fuori casa, temeva il peggio, quello da lei già subito molti anni prima, con la differenza che mai avrebbe abbandonato sua figlia, qualunque cosa fosse accaduta. Mamma, sapeva tutto di noi, al corrente della pseudo relazione e poca la sua stima nei miei confronti, sopportava. Follia allo stato puro, abdicai a capire. Vestita, più provocante che nuda, lo sapeva, sapeva di essere una figa e giocava bene le sue carte. Le sue promesse velate mi tenevano sulla corda, anelando quel corpo da dea, rendendomi conto che solo sua la decisione a farsi scopare e non la mia, lei dirigeva il gioco.

Si disbrigava con facilità tra pentole e fornelli, preparando in un lampo della carne marinata al brandy e capperi, e come primo spaghetti saltati in padella con acciughe. Scoprivo le sue qualità a poco a poco, rivelandosi ben oltre a quelle carnali che stranamente passavano in secondo piano. Conversazione da vecchi amanti, come fossimo una vera coppia con un futuro tutto nostro davanti a noi, parlottando del più e del meno, spingendosi in discorsi seri e impegnativi, il lavoro, la politica, scherzando di noi sul sesso fatto con battute allusive e piccanti, spesso mi prendeva la mano e la stringeva con tenerezza.

Lupe apparteneva a sé stessa, sola e selvaggia, senza padroni che non volesse lei. Conoscevo Guendalina più in quei giorni che si passarono assieme che in tutto il tempo trascorso finora. Ironica, frizzante, simpatica, stronza: Incassa il colpo dandosi un contegno indifferente, ci prova, troppo fiera e permalosa per ribattere. Vicini ci addormentiamo, lei stuzzica ancora un poco ma le sue attenzioni nel pomeriggio mi hanno esaurito, smette. Mugugnavo tra i denti, tutta colpa sua sto casino, noi volevamo solo scopare per i cazzi nostri, vallo a spiegare!

Passi pure per i gay, pazienza, è uno scherzo di madre natura contro volontà, quindi un pelo più benevolo lo ero se fermi e bravi al loro posto senza intaccare la mia sfera, al sottoscritto piacevano solo le donne.

Dovevo assolutamente prendere la Triumph e scendere a Genova, i Fratelli Fasce aspettavano in officina per la consegna e spiegarmi le modifiche apportate alla jeep, poi chiudevano per ferie e rimaneva solo il custode del parcheggio.

Il claxon bitonale del Soccorso ACI mi diede ragione, giunto in anticipo, suonava per farsi alzare la sbarra. I Fasce, due personaggi mica da ridere, i miei guru, tutto quello che sapevo sulle auto era merito loro. Le mie pretese, anche le più estrose, concordavano quasi sempre con la genialità dei fratelli, io prospettavo e loro elaboravano, anche questa volta, preparandomi una Land Rover diesel spettacolare.

Rinforzata sulle balestre con fogli supplementari e molle indipendenti rialzate di circa dieci centimetri, era in grado di superare qualunque ostacolo disumanamente impossibile. Se non esaltazione alienata questa, beh, difficilmente saprei definirla altrimenti, e chi avrebbero fatto la stessa scelta?

Ideale la statale della Ruta, un perfetto banco di prova tutta curve e tornati per familiarizzare con la nuova nata. Fermo poco dopo Nervi, giravo intorno a quel problema di ferro e gomma senza capire cosa andasse storto, troppo alta?

Di là delle mie congetture, avrei comunque telefonato ai Fasce, subito, mi urgeva un telefono. Il solito bar che non trovi quando ti serve e quando lo trovi il solito stronzo che litiga con la moglie mettendo gettoni a raffica, neanche fosse una slot, aspetto, e finalmente riesco a chiamare mettendolo alla corda senza troppi preamboli.

Lentamente, con calma, assaporando il gusto forte del tabacco, fumavo la mia Marlboro e guardavo La Meharien, sottono le chiesi: Leggera tramontana, una luminosa giornata senza smog, di quelle rare per essere in città, ventilata e fresca, al sole si stava divinamente.

Genova è strana, i genovesi sono strani, atipici, hanno i propri ritmi e quattro sono le fasi che scandiscono la vita di uno zeneise doc, rendez-vous che mai tralascerà. Mi chiederete, e quando si cena? Mai a casa, in pizzeria o fast food, queste le regole della movida genovese.

Sul tavolo della cucina un biglietto formato poster: Il tragitto è breve, poche centinaia di metri e vado a piedi, ansioso, senza rendermi conto di aumentare il passo, ho voglia di vederla, allungo il collo peggio di un giraffa. Sesto senso o antenna parabolica, percepisce il mio arrivare, balza in piedi correndomi incontro, leggera sulle gambe come una libellula da quanto è aggraziata. Io no, una caprese assieme, ti va?

Cambiati, ho il tuo costume! Procedevo lentamente, fino a portarmi al largo, più che possibile il pericolo di mettere qualche sub in apnea sotto alla chiglia, erano in molti, che fregandosene delle normative pescavano senza la regolamentare boetta segnalatrice. Appena in mare aperto diedi manetta, poco oltre un terzo della potenza, i trecento cavalli risposero dolci e vigorosi planando senza incertezze, prendevo velocità, la prora solcava il liquido elemento aprendolo in due come una zip, creava due corpose onde laterali di riflusso che a mano a mano andavano smorzandosi al largo, sempre più tenui.

Lupe si divertiva come una ragazzina e come una ragazzina faceva cazzate. Nonostante fosse settembre e la pioggia di qualche giorno fa, il sole picchiava convincendomi a indossare il costume, pensavo di metterlo. Mai stato un bravo ragazzo e tantomeno pudico, spenti i motori, lasciai andare il gommone alla deriva. Godevamo abbandonati al desiderio più sfrenato e perso il controllo di noi stessi, lasciata la guida ai sensi, piegati alla mercé della nostra stessa sessualità.

Labbra secche, fiato corto, senza forze, con la fronte poggiata sul petto sfiorandole i capezzoli turgidi e gonfi, li solleticai con la punta della lingua facendola sussultare, li baciai nuovamente senza succhiarli, rispettando i suoi acini maltrattati.

Ma come cazzo pensavo una minchiata simile! Ci tuffiamo col solo costume disegnato dal sole sulla pelle, non sono un gran che le mie natiche bianche a paragone delle sue marrone scuro.

Inspirazione profonda e capovolta da manuale, perfetta, toccando il fondale dai contorni indefiniti, aggrappato alle gorgonie godevo di quel silenzio immenso, eterno, una lunga apnea tirata ben oltre il limite delle mie capacità.

Mi hai fatto prendere uno spavento! A chi mentivo veramente, a lei o a me, o a entrambi? Da giorni, questi raptus schizzo-depressivi mi lasciavano vivere quasi in pace, crisi leggere che duravano niente, tuttavia, arrivavano a rompere i coglioni puntuali quando meno opportuno. Forse, mi piaceva Lupe più del dovuto impostomi?

La udivo senza sentirla, in trance, interrogativi senza risposta, dubbi, inspirai a fondo nuotando verso il Marlin. Spuntino, sole, bagni, intimità, e fatto ben oltre le diciotto. Non vedo ristoranti in mezzo al mare! A pagamento, un paio di vetusti gozzi scoppiettanti faceva la spola dalla cala fino sotto bordo e ritorno, trasbordando turisti da yacht ormeggiati poco lontani.

Mi lasciavo trasportare dal suo fare, la baciavo teneramente. Prua rivolta al mare aperto, rotta il faro di Portofino. Il turismo andava scemando, qualche pullman tedesco zeppo di vecchie cornacchie in pensione forse alla loro ultima gita, poi, circolavano solo i randagi pelosi a quattro zampe e quelli a due, barcollanti dal sonno con in corpo qualche bicchiere di troppo o una cantina intera.

Io insaponavo lei e lei me, senza raptus sessuali, il freddo umido avevano calmato di brutto i nostri bollori.

Guendalina conosceva a menadito tutta la storia e le mie decisioni, mai un commento, né in bene né in male, niente, come se non gliene fregasse un cazzo, e poteva anche essere. Cingendomi la vita con entrambe le mani, impugnava il pene senza esitazione massaggiando i testicoli col palmo teso, per poi chiudersi forte su di loro neanche volesse schizzarli fuori. Agiva con rabbia, menefreghista al mio contorcermi istintivo di spudorato piacere, quasi a punirmi di qualcosa, e quel qualcosa si chiamava Haziza.

Africa e non più nulla giorgio alfonso ha aggiunto una storia in Azione e avventura. Potrebbe capitare a ognuno di voi, se, come, e quando, sfiderete il destino. Questo racconto-diario, frutto di ricordi, scritto sotto l'impulso emotivo è la mia autobiografia, riportando le impressioni vissute dal vivo in prima persona di usi e costumi, della spietata giustizia tribale amministrata in quei luoghi, che ben difficilmente troverà descrizione nelle pagine delle guide turistiche ad uso e consumo di tutti i giorni.

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